L’uomo che ha in mano il cappello lo butta alla svelta sulla poltrona di pelle nera che sta di fronte a me, si leva il cappotto cammello con un gesto elastico, lo butta dietro le spalle. Qualcuno, forse una sua ombra retrattile rapida come una lingua di camaleonte, lo raccoglie. Al volo. Sorride. Sorride. Sorride. Come se la faccia gli si potesse deformare all’infinito. Poi a velocità che se avesse un bastoncino tra le mani e una tavoletta di legno sotto ci accenderebbe il fuoco, si sfrega i palmi delle mani. Si siede di gomma nella sedia accanto a quella a cui ha gettato il cappello e mi inchioda ficcando lo sguardo nei miei occhi con uno scatto del viso che sembra una tagliola. E’ il Disonorevole Lavasella. Accende una sigaretta senza filtro come tutto quel che dice; il fiammifero colora l’aria di zolfo luciferino. «Allora? Cominciamo? Non ho tanto tempo: il paese mi aspetta»
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