Il giornalista: “Se magari (balbetta), se magari vuole mettersi comoda”. La ghigliottina: “No (secchissimo). Io sono scomoda. Per definizione. Vuole provare?”. Il giornalista: “Non si offenda, ma preferirei di no. Tengo famiglia, sa”. La ghigliottina: “Anche io”. Il giornalista: “Ma davvero (stupito)? Anche lei tiene famiglia? Figli? Ghigliottine piccine? Nipoti? Strumenti per tagliare i sigari cubani? Che voi rivoluzionari siete tutta gente da Caraibi…”. La ghigliottina: “Alberi”.
Il giornalista: “Come sarebbe a dire alberi?” La ghigliottina: “Sarebbe dire: alberi. Querce. Faggi. Aceri. Ebani. Alberi. Boschi. Ha presente?”. Il giornalista: “E lei, perdoni se dubito e insisto, che grado di parentele avrebbe con gli alberi?” La ghigliottina: “Io lo ero. Un albero. Prima della rivoluzione. Il più bello del bosco fuori Versailles. Il più robusto e forte. Il più nobile e bello. E fiero. Portato lì in seme quando la monarchia non era ancora un difetto del pensiero. E avevo nei miei nodi e nella mia corteccia un destino da sovrano. Avevo nel mio essere un futuro da cassettone in stile Luigi XVI, da scrittoio per Proust, da talamo nuziale per imperatori. Ero l’albero più ricco e potente del bosco. Il re degli alberi. E avevo figli numerosi come foglie (china la testa, se possibile. Come chi si fa triste, nel presente, ripensando al passato)”. Il giornalista: “Sa che questa storia è curiosa. Lei simbolo e strumento della più grande rivoluzione umana, sanguinaria macchina di morte, rimpiange di non essere diventata una credenza per donnette. La facevo più cruenta e anticonformista”. La ghigliottina: “Io rimpiango il senso della mia decapitazione, non la mia trasformazione”. Il giornalista: “Lei? Lei è stata decapitata? Ma lo sa che secondo gli storici è stata lei a decapitare circa 20.000 uomini durante la rivoluzione francese? Di che si lagna. Lei ha permesso il cambiamento!”. La ghigliottina: “Io mi lagno perché non è servito a nulla (urla) quel cambiamento. Quale rivoluzione! Se mi aveste decapitato per fare un asse del cesso avrebbe avuto più senso e io avrei visto le vostre vere facce! Sa cosa è successo quando i falegnami, scegliendo me proprio perché ero l’albero migliore, mi tagliarono la testa e poi il busto e il tronco per farmi ghigliottina?” Il giornalista: “No cosa è successo?” La Ghigliottina: “Hanno ucciso i sogni di un albero e tolto ossigeno alla vostra rivoluzione. Per nulla! Io sognavo di diventare un mobile per bene. Io avevo perso la testa per la vita, mi avete fatto strumento di un cambiamento inutile”. Il giornalista: “Piano. Piano. Capisco che diventare ghigliottina non comporti l’assistere a spettacoli edificanti, ma perché la rivoluzione sarebbe inutile? Ora, è vero, la rivoluzione è necessariamente un po’ violenta, ma è la culla di democrazia e della giustizia. La ribellione è stata eccessiva nei modi, ma il senso è incontestabile, mi perdoni”. La ghigliottina: “E io ne contesto il senso. Sa chi ha firmato progetto e preventivo per la realizzazione della ghigliottina?” Il giornalista: “No” La Ghigliottina: “Luigi XVI. Voleva farne macchina di morte per consolidare il proprio potere. Che ne sapeva che quella firma era la sua condanna a morte”. Il giornalista “Questi sono i casi assurdi della vita, tutte le geniali invenzioni umane sono state usate tutte anche in modo stupido. Ma da qui a dire che le rivoluzioni non hanno senso…”. La ghigliottina: “Sa dopo di me quanti alberi sono state decapitati nel bosco di cui ero io il sovrano?” Il giornalista: “Oh, ma qui le domande non dovrei farle io (stizzito)? No, non lo so. Quante?” La ghigliottina: “Tutte. In nome della rivoluzione. In nome del cambiamento. In nome del progresso. Decapitavate noi per decapitarvi. E oggi al posto del bosco che è stato tagliato per la vostra rivoluzione, ci sono quattro centri commerciali. Una nuova dittatura. Complimenti”. Il giornalista: “Però, vede, una rivoluzione fa germogliare in un giorno solo più idee di quante non ne facciano germogliare 100 anni di filosofia”. La ghigliottina: “Voi non le sapete fare le rivoluzioni. Le pensate a tavolino per cambiare tutto. Ribaltate il male in bene, il nero in bianco, lo stupido in intelligente e via così finché nella lista delle cose da cambiare non incontrate il bene e lo ribaltate in male, il bianco in nero, l’intelligente in stupido. Capovolgete ogni cosa punto a punto e nemmeno vi accorgete che così non modificate nulla”. Il giornalista: “Non la seguo tanto bene”. La ghigliottina: “Forse su certi argomenti sono un po’ arrugginita”. Il giornalista: “Sicuramente però resta tagliente”.
La ghigliottina: “Iniziare una rivoluzione è difficile. Ancora più difficile è continuarla. Difficilissimo vincerla. Ma è solo dopo, quando si vince, che iniziano le vere difficoltà. Imparate a trasformarvi in violini, cosa che noi sappiamo fare, e solo allora parlate di rivoluzione”. Il giornalista: “Quindi lei, che la più grande rivoluzione l’ha fatta, pensa che l’uomo non sia fatto per cambiare?”. La ghigliottina: “L’uomo è fatto com’è fatto. E sul cambiamento non fa che cambiare opinione. Vi converrebbe provare mille anni di radici prima di parlare di movimento”. Il giornalista: “Mille anni in tutto?” La ghigliottina “No. A testa. A testa, intendo. E non ha idea di quanto l’argomento mi interessi ancora”. Mi racconta ancora una cosa mentre la sua voce si fa affilata. Il dolore nel vedere il cielo farsi pialla e segatura, la sofferenza del passare per le mani di un liutaio che la modella come arma, strumento di una rivoluzione che non si è mai compiuta. “Sa che per essere francese lei è quasi simpatica”. Scommetterei che mi sorride. Poi saluto e porgo la mano. (Zaccccc….). Che certe interviste lasciano comunque il segno.
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